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Il viaggio di BellaLu!
Frank e Myrta abitano sulla Quinta Avenida, a l'Havana. E' la via delle ambasciate: stanno lì, con le loro bandierine colorate sul tetto o davanti alla porta, tutte in fila come bambini della colonia estiva. Tra tutte le casas particulares che ci potevano capitare, siamo finiti proprio in una casa di musicisti. Diana, la figlia di vent'anni, canta musica yoruba in un gruppo, Davì invece è un percussionista, era in tournè in Europa proprio mentre noi eravamo là. Myrta ci ha fatto vedere la saletta degli strumenti, mentre ci spiegava che quello era l'unico modo per far viaggiare i figli fuori dall'isola. Lei è ginecologa, Frank è ingegnere areonautico, e sono stati loro a suggerirci Albertìco per girare l'Havana, un ragazzone biondo di forse venticinque anni che ci ha portato in giro cinque giorni su una Lada azzurra che ha forse più anni di me.
Il primo giorno sono proprio le auto a colpire la fantasia, così buffe, immense Chevrolet e Cadillac che sembrano giocattoli. E poi i sidecar, io li additavo come una babbea a una festa di paese. Ma a capire dov'ero veramente ci sono arrivata dopo un po'. Per due giorni vedevo spaventata solo macerie, e antichi palazzi fatiscenti, con pochi vetri alle finestre e sempre qualcuno sul balcone. O strade sconnesse. Sentivo un po' schifata l'odore tremendo dell'aria (zaffate di gas di scarico e strani effluvi che ricordano decomposizione di materie organiche). Il primo giorno respiravo con la bocca, e camminavo bene in mezzo alla strada per evitare quei gocciolamenti sospetti dai balconi, che formano perenni rigagnoli nelle strade.
All'inizio ti stupisci dei neri con gli occhi verdi, i fianchi sensuali delle donne, il disordine allegro delle razze.
Poi, sarà stata la gente, o chissà forse i gas delle auto troppo vecchie, ad alterare la percezione e l'umore. Sarà stata la musica ovunque. E ti accorgi che quei palazzi stanno sì cadendo a pezzi, ma non ne hai mai visti di così belli tutti insieme. Hanno mura spesse, ampie finestre ad arco, lunette di vetro colorato (quando il vetro c'è, naturalmente). Gli interni hanno scalinate di marmo e azulejos alle pareti, balconi con balaustre panciute e cariatidi poderose agli ingressi. Allora smetti di pensare che il solo Malecon potrebbe dar lavoro per due anni buoni all'ìntera provincia bergamasca, pensi anzi che gli unici due palazzi messi bene stonino un po' nel contesto. Il taxista che ci ha raccolto la prima sera in pieno centro ci ha raccontato che lui abita proprio di fronte al Capitolio. Quale taxista, in qualsiasi parte del mondo, può vantare un indirizzo di pari prestigio? Come avere una finestra che dà su san Pietro, o stendere le proprie mutande alle finestre di palazzo Reale. Ma ci arrivi piano, a ricostruire il quadro d'insieme, ad avere una visione globale. Ci sei arrivato quando smetti di ridere per le auto da museo che girano per strada, quando smetti di fotografare i bambini che si tuffano dal Malecon, o gli autobus-cammello dove si ammassano 300 persone. Provi rispetto, non sei più diffidente. Per esempio capisci che quello che ti gocciola in testa dai balconi è solo la condensa dei condizionatori, nient'altro. Le strade sono sconnesse, ma pulite. Non ci sono mendicanti, i bambini sono ben vestiti, ben nutriti, mai da soli per strada. Compri bussolotti di noccioline dai vecchietti, ti spingi fino ad accettare un bicchiere di succo di frutta per strada. Non pensi più che chi canta camminando sia matto o ubriaco, semplicemente, se hai voglia,

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